Ogni fotografia è un récord, un risultato che supera tutti i precedenti, che denota superiorità assoluta in termini di aderenza alla contemporaneità, alla realtà, alla verosimiglianza e alla risoluzione. Inoltre, ogni fotografia è anche un fotogramma perciò anche ogni fotogramma è un récord.
Se è così, allora, ogni fotogramma è anche un recòrd, all’inglese, ovvero la registrazione di un frammento di informazione. La fotografia, dunque, si presenta all’interno di questo progetto di ricerca come disciplina del re-còrd, una disciplina del ri-cordare ovvero del richiamare nel presente del proprio cuore (dove gli antichi facevano risiedere la memoria) e del proprio sentimento qualcosa che non è più qui o non è più adesso: non più esperienza di nostalgia ma pratica della cura del presente.
Ricordare che cosa? Il sentimento del ritorno in luogo da cui non si è mai partiti e dove non si è mai stati. Il linguaggio vira verso il grado zero della scrittura per immagini qui arcaiche, dirette, amatoriali nel senso di “prodotte da un amatore”, da qualcuno che ama, come lasciate lì dai pastori: seguire le tracce sottili di fotogrammi produce sradicamento e disorientamento di un tempo e di uno spazio personali e produce una proiezione di allineamento con il luogo, qui fotografato come se l’occhio appartenesse da sempre a queste geografie inedite, libero di esprimersi attraverso dilettantismi tecnici e di linguaggio, come se si fotografasse per la prima volta.








