Vivo nei luoghi che ho fotografato e che restano a me sconosciuti, inimmaginabili. In qualche modo, sono stato chiamato dai luoghi nei quali ho scelto consapevolmente di abitare per ricominciare una nuova vita. Molti di questi sono luoghi che non contano, altri sono città mondo, altri ancora luoghi di culto, d’interesse strategico, economico, turistico, culturale, commerciale. In ogni caso, in termini di principio regolatore del progetto, li ho interpretati come luoghi ancora più lontani di quelli che non contano: come luoghi che nessuno si fermerebbe a guardare. In questo senso credo di aver pienamente (s)torto: (s)torto a sufficienza, piegato la mia posizione, il mio ruolo di indagatore, fotografo e progettista del mio stesso immaginario così come del territorio che abito da quando ho cominciato questo progetto. Il narrare per immagini, infatti, è il lavoro di chi non ha niente in pugno, di chi è disarmato. Questo è il regno del fotografo, il mio regno: ciò che non si può più far vedere.
L’intenzione era quella di rompere le concezioni del realismo, là dove il reale si configura come un inciampo: i paesaggi devono dissolversi nell’aria e con essi le loro immagini e dunque abolire la separazione tra fuoco e fori fuoco, tra oggetto e soggetto. La presenza di sfocatura può creare un senso di ambiguità e mistero ma è anche l’occasione per sottolineare l’importanza di ciò che non è immediatamente visibile, inimmaginabile, appunto, invitando ad una forma di esplorazione più approfondita, oltre la superficialità, verso le molteplici stratificazioni e trasformazioni di momento che si collocano oltre l’istantaneità in una narrazione visiva che suggerisce continuità, mutamento e una riflessione sulla forma, funzione e significato dei paesaggi stessi.
Le cose, infatti, appaiono per la natura di cui sono fatte: i paesaggi non sono inerti, non sono un’immaginario, non sono una superficie, i paesaggi accadono ad ogni scala, cambiano, chiedono tempo, spesso sono invisibili, assecondano e divagano, non rassicurano, spaventano e a volte innamorano. Con i paesaggi non sai mai come andrà a finire, sono effervescenti, provvisori, perduti, sono imminenti, imperfetti nel senso che non si compiranno mai. I paesaggi sono come corpi a reazione poetica: innescano una visibilità dialettica in quanto emersi da territori scomodi, perturbanti, non del terzo paesaggio, come abbandoni, ma come pura forma di desiderio e intenzione. È necessario desiderare nuovi paesaggi, con forza, con intenzione pura e poi aspettare che i paesaggi compiano il loro tempo e verificare che la promessa venga mantenuta: rinuncio formalmente al progetto e di fronte alla visione dico io non sono qui, io esisto: i paesaggi non sono più un’immagine.

















