Nel 2010 andai a Ischia per la prima volta. Alloggiai a Sant’Angelo, un luogo scelto quasi a caso. Ero felice in quei giorni e passai molto tempo a fare un gioco stupido: raccolsi decine di mattonelle sparse su tutta la spiaggia. Erano coloratissime, alcune nuove, altre smangiate dal sale e dall’acqua. Tornai a Milano con due sacchetti pieni, pensando di usarle come decorazione, ma per anni rimasero chiuse in una scatola.

Poi gli anni sono passati e sono tornata sull’isola per lavorare alla nuova stagione di Studi sul Qui a Serrara Fontana. Iniziando a indagare il territorio, mi sono scontrata con una narrativa complessa, in cui le questioni legate alla “casa” e all’urbanistica emergevano in tutta la loro dirompente problematicità. Girando per l’isola, ho osservato un paesaggio caratterizzato da un continuum edilizio disordinato, arrampicato su una morfologia difficile. Ho visto abitazioni storiche vuote e dismesse nei paesi alti, strutture turistiche diffuse, ma anche case spuntate in punti estremi, nei profondi canaloni o su pendii scoscesi, palesemente esposte al rischio idrogeologico.
Ho ascoltato le storie degli abitanti, immergendomi nel dibattito perenne tra legalità e illegalità, tra la rigida inapplicabilità dei vincoli paesaggistici e un abusivismo edilizio cronico.

In questa matassa aggrovigliata di contraddizioni ambientali e bisogni umani, ho ripensato alle mie mattonelle. Durante i giorni di campo sull’isola ho ripreso a raccoglierle: le ho trovate ovunque, dalle spiagge fino in cima all’Epomeo. Questa mappatura raccoglie le loro immagini. Queste ceramiche spezzate non mi sembrano più solo innocenti frammenti colorati; sono le tracce fisiche di un “interno vista mare” esploso e disseminato nel paesaggio. Sono i resti di un’antropizzazione che si sgretola, diventando parte stessa di quella natura che ha tentato di addomesticare.
