Progetto
Studi sul Qui è un progetto ideato da Daniele Ietri e Eleonora Mastropietro e sviluppato in più iniziative dal 2017. Il lavoro si ispira al concetto di deep map: una mappatura profonda dei territori, realizzata con pratiche artistiche e scientifiche e mettendo al centro il lavoro sul campo. Primo progetto in Italia ad applicare estensivamente il metodo del deep mapping, obiettivo di Studi sul Qui è raccontare il presente dei territori trascurati dalle narrazioni prevalenti. Il progetto prevede l’organizzazione di gruppi di lavoro impegnati in mappature profonde di territori circoscritti, diversi per ogni edizione (stagione) del progetto. In autonomia e in gruppo, si osserva il territorio e incontra la popolazione, al fine di costruire un racconto composito e stratificato del presente di comunità e territori. Ogni stagione prevede lavoro sul campo e una restituzione immediata alla comunità, nella quale sono proposte, in varie forme, le impressioni, i dati, i racconti raccolti durante il lavoro e le loro prime rielaborazioni. In un secondo momento i materiali di lavoro si sviluppano in molteplici forme, aperte alla sperimentazione: diventano ad esempio libri, documentari, progetti fotografici, musicali etc. a seconda della sensibilità di chi ha partecipato alle iniziative.
MAPPA PROFONDA COME PRATICA Studi sul Qui realizza mappe profonde in cui gli strumenti di lavoro della ricerca scientifica, delle professioni e delle pratiche artistiche si mescolano e contaminano. Un riferimento essenziale al quale ci ispiriamo è il Manifesto per il deep mapping di Clifford McLucas.
01 Le deep map devono essere GRANDI – i problemi di risoluzione e dettaglio sono risolti grazie alla taglia; 02 Le deep map devono essere LENTE – si muovo naturalmente alla velocità imposta dalla forma del terreno o dal tempo meteorologico; 03 Le deep map devono essere SONTUOSE – abbracciano un insieme di media e registri eterogenei in un’orchestrazione sofisticata e multilivello; 04 Le deep map possono essere ottenute soltanto grazie all’articolazione di diversi media – sono autenticamente multimediali, non per gesto estetico, ma per necessità pratica; 05 Le deep map hanno almeno tre elementi di base: un lavoro grafico (ampio, orizzontale o verticale), una componente mediale basata sul tempo (film, video, performance), e una base dati o sistema di archiviazione che resta aperto e non finito; 06 Le deep map richiedono l’impegno sia dell’insider che dell’outsider; 07 Le deep map mettono in gioco sia il professionista sia l’amatore, l’artista e lo scienziato, l’ufficiale e il non ufficiale, il nazionale e il locale; 08 Le deep map sono probabilmente possibili e immaginabili soltanto ora – i processi digitali al centro di molte pratiche mediali moderne permettono, per la prima volta, la semplice combinazione di materiali differenti, in un nuovo spazio creativo; 09 Le deep map non cercano l’autorialità o l’obiettività delle cartografie tradizionali. Sono invece politicizzate, appassionate e partigiane. Implicano un negoziato e la contestazione su chi e cosa deve essere rappresentato e come. Danno luogo a dibattito sulla documentazione e sulla rappresentazione di luoghi e persone; 10 Le deep map sono instabili, fragili e temporanee. Sono una conversazione e non un’affermazione.
L’applicazione dei concetti di deep mapping in Studi sul Qui riguarda principalmente tre dimensioni. La prima è l’orizzontalità tra strumenti e partecipanti, in particolare rispetto alla permeabilità tra le esperienze delle persone coinvolte e tra le professionalità. La seconda dimensione riguarda i contenuti della mappa, che ammette una molteplicità di media differenti: si supera l’idea della sola rappresentazione cartografica e si apre la possibilità alle più diverse forme espressive, purché a servizio del racconto di un luogo. La terza dimensione riguarda il tempo: riconoscere che si tratta di un lavoro instabile, aperto e “non finito”, mette al centro della pratica la qualità della presenza sul campo di chi partecipa, privilegiando l’intensità del lavoro rispetto alla sola quantità di tempo. Nel progetto Studi sul Qui è centrale l’atteggiamento dei partecipanti: l’apertura al dibattito e alla conversazione, la disponibilità ad utilizzare metodologie inusuali, una padronanza dei propri metodi tale da consentire di abbandonarli e di mettere da parte il ruolo di “persona esperta” per immergersi in un rapporto diretto, anche istintivo, con il territorio.

DOVE LAVORIAMO Il progetto è pensato per i luoghi poco rappresentati o raccontati in modo “piatto”. I territori per noi più a rischio in questo senso sono quelli in una posizione debole rispetto ai “centri” decisionali e economici. Essi sono “periferie” non sempre per la loro posizione geografica: si può trattare infatti anche di territori relativamente vicini ai centri economici, o dotati di collegamenti infrastrutturali, ma che sono percepiti o rappresentati come lontani nello spazio e nel tempo. Si nota per questi territori l’uso diffuso di aggettivi negativi: “interno”, “periferico”, “minore”, “marginale”, “fragile”, “distante del mondo” e così via. Le mappe profonde di Studi sul Qui si oppongono a questo tipo di rappresentazione in negativo, poiché questi luoghi, per le tante persone che ci vivono, sono il centro.
DOVE VOGLIAMO ANDARE Studi sul Qui è, per sua stessa natura, un processo aperto, precario e disposto a prendere percorsi e arrivare a esiti inattesi. Alla luce delle 5 stagioni fin qui realizzate, possiamo formulare alcune affermazioni che ci potranno accompagnare (o potranno essere smentite) nelle edizioni future: _gli Studi sul Qui provano a mettere in discussione come pensiamo al territorio e come lo rappresentiamo: stiamo mettendo in dubbio la cartografia di base sulla quale si costruiscono le rappresentazioni; sono in rapporto dialettico con le altre rappresentazioni e sono aperti a interpretazioni anche fortemente contraddittorie; _gli Studi sul Qui possono esistere solo se vi è una collaborazione e se si mettono in discussione i concetti acquisiti di autorialità e non ci si spaventa di fronte alle possibilità plurali, di più voci, di più centri di produzione della conoscenza; _gli Studi sul Qui sono pubblici, interattivi, non pensati per un’audience settoriale che deve aver preacquisito conoscenze e terminologie disciplinari; _gli Studi sul Qui cercano, infine, di abbracciare un linguaggio estetico: immagine, narrazione, rappresentazione; l’elemento artistico o creativo non è un supporto o un simpatico diversivo, ma è parte integrante dello strumento (a volte è esso stesso lo strumento), con la sua grammatica, il suo codice e le fragilità che gli sono proprie.